La morte è un argomento che molte persone evitano, aggirandolo costantemente. Questo non accade per caso: dietro a questo rifiuto si nascondono paure profonde. Osservare la morte da una prospettiva metafisica e spirituale ci aiuta a sfatare i miti associati al passaggio e a comprendere meglio cosa accade all’anima.
Chi e come reagisce alla morte
Di fronte alla morte, le persone tendono a reagire in due modi distinti:
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Chi prova un senso di sollievo e pace: Avendo sviluppato una profonda sensibilità ed empatia, queste persone riescono a percepire lo stato favorevole e leggero dell’anima che sta compiendo la transizione. Spesso, questa serenità suscita sconcerto o scetticismo in chi le circonda.
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Chi manifesta le reazioni dell’ego: In questo gruppo prevalgono le emozioni tipiche del mondo materiale: paura, dolore, autocommiserazione e senso di smarrimento.
La differenza tra le reazioni dell’anima e dell’ego
“Quando mia zia se n’è andata, è subentrato uno stato di disperazione, di ruggito, di urlo, di ringhio… Ero una ragazzina…”
Quando una persona cara viene a mancare, la parte egoica si lamenta, si crogiola nell’autocommiserazione e cerca uno sfogo per il proprio dolore. In questi momenti è difficile mantenere la propria centratura interiore e la consapevolezza che tutto sta accadendo esattamente come deve. Si oscilla tra la percezione della liberazione dell’anima trascesa e lo stato del “cucciolo abbandonato” che si dispera.
L’anima soffre per la morte di una persona cara? No, non è l’anima a soffrire, ma l’ego. L’anima si rallegra sempre del ritorno alla Luce. Se soffriamo e proviamo autocommiserazione, significa che i nostri centri energetici sono bloccati dagli attaccamenti. Sentiamo di essere integri solo se le persone che amiamo sono fisicamente accanto a noi, perdendo temporaneamente la connessione con la Sorgente e lo stato di unità con il Tutto.
Continuando a disperarci senza accettare la scelta dell’anima che se n’è andata, opponiamo resistenza alle leggi naturali dell’universo. In realtà, decidendo di compiere il passaggio, l’anima sta semplicemente esercitando la sua libertà di scelta.
Il processo di distacco e la necessità del lutto
Il fenomeno del “lutto” esiste per dare tempo all’ego di vivere tutte le sue emozioni terrene — piangere, addolorarsi, sentire la mancanza — e di adattarsi a una nuova realtà. Dietro l’autocommiserazione c’è una confusione inconscia: non sappiamo più come sarà la nostra vita d’ora in poi.
Mostrate comprensione verso questa vostra parte terrena. Se vi trovate in questa situazione, datevi il tempo e il permesso di far fluire tutte le emozioni. Più lascerete scorrere il dolore, più dolcemente vi adatterete alle nuove condizioni.
I 9 giorni dopo la transizione
Dal punto di vista metafisico, per nove giorni dopo il passaggio, l’anima rimane vicina al corpo e a ciò che le era familiare. Noi non siamo fatti solo di un corpo fisico, ma di diversi corpi energetici sottili (emozionale, mentale, ecc.). In questa prima fase, questi strati si dissolvono in una sequenza precisa.
In passato, se una persona nutriva forti attaccamenti materiali (denaro, dipendenze, persone), la sua anima poteva indugiare più a lungo, ritardando la fusione con la Luce. Oggi, poiché l’energia del pianeta è cambiata, il processo di dissoluzione si è accelerato e le anime raggiungono la Luce molto più rapidamente.
In questi giorni, chi ha una maggiore sensibilità può avvertire la presenza del defunto, percependolo con la coda dell’occhio o sentendone intuitivamente l’energia. È una manifestazione reale che la mente logica fatica a spiegarsi.
Cosa succede dopo 40 giorni
Il 40° giorno, l’anima è finalmente pronta a proseguire il suo viaggio in completa autonomia. Chi ha vissuto la perdita può iniziare a provare un senso di sollievo, poiché cessa di avvertire costantemente la presenza invisibile della persona scomparsa.
Dal 9° al 40° giorno, sentire la presenza del defunto porta spesso a picchi emotivi molto intensi. Queste ondate di dolore devono essere sfogate sul momento, lasciandole defluire in modo naturale.
L’anno di lutto e l’arrivo del sollievo
Il periodo di un anno permette a molte ferite di rimarginarsi. Questo ciclo non è casuale: offre alla nostra parte ferita la possibilità di fare pace con la nuova realtà. A scatenare il dolore, durante quest’anno, possono essere situazioni quotidiane ordinarie, piccoli ostacoli in cui improvvisamente sentiamo la mancanza di chi non c’è più.
Se ci concediamo di vivere il dolore nella sua interezza, solitamente un anno è sufficiente per avvertire un reale sollievo. Il contatto energetico diventa meno tangibile, ma non si spezza mai del tutto: è sempre possibile comunicare con il defunto da uno spazio di amore anziché di bisogno.
La decisione dell’anima di andarsene
Non è la mente umana a decidere di morire, ma il Sé Superiore, che trasmette la sua decisione all’Anima. La nostra mente cosciente può desiderare appassionatamente di vivere e lottare fino alla fine, ma quando si apre la “finestra della transizione” e l’anima ha completato ciò che voleva realizzare, sceglie di andare. Se la persona se n’è andata, la sua anima aveva dato il consenso.
Lasciare andare in pace Spesso un’anima è trattenuta nel corpo fisico malato dalla preoccupazione per chi resta. Non vuole andarsene finché non è sicura che i suoi cari se la caveranno. Dimostrando la nostra autonomia e rassicurando chi sta per compiere il passaggio, possiamo permettere all’anima di andarsene in pace, libera dai pesi terreni.
Una nuova identità in nuove circostanze
Quando viene a mancare una persona la cui vita era intrecciata alla nostra, ci troviamo costretti a ridefinire noi stessi. Per molti, questo è l’inizio di una potente trasformazione.
Sorgono domande naturali: “Come vado avanti? A cosa mi aggrappo ora?”. Simbolicamente, la perdita ci costringe a morire un po’ anche noi, per rinascere come una persona nuova in circostanze inedite. Affrontare questo grande viaggio di trasformazione per ritrovare un nuovo senso e nuovi valori è essenziale. Prima accettiamo questa necessità, prima il dolore si trasforma in consapevolezza.
Quale di questi passaggi, dai primi nove giorni fino al compimento dell’anno di lutto, pensi sia il più difficile da elaborare per chi rimane?


